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Silent Souls: la recensione

Soltanto l’amore non ha fine“.

Il cinema russo di certo non è il più quotato a livello internazionale, eppure di tanto in tanto è in grado di offrire dei buoni lavori. E’ il caso di “Silent Souls“, film silenzioso sin dal titolo, una storia malinconica, un road movie poetico che racconta di sentimenti senza tempo, arrivato in Italia con due anni di “ritardo” dopo la presentazione a Venezia nel 2010.

La vita, la morte, l’amore, sentimenti universali che ci colpiscono tutti, indistintamente, non importa a quale etnia o razza apparteniamo o quali siano le nostre tradizioni. Nel film di Aleksei Fedorchenko, il protagonista è Aist, quarantenne che vive da solo e che ha una grande passione per la fotografia e per la storia della cultura Merja, sparita ormai da quattrocento anni, di cui è discendente. Il suo capo ed amico Miron, gli chiede di accompagnarlo in un viaggio importante: la sua giovane moglie, Tanya, è morta e per il rito funebre, il marito intende portarla nel lago sacro, proprio secondo la tradizione Merja.

Silent souls

Nonostante il regista abbia deciso di far tornare a galla una tradizione sepolta da diversi secoli, la storia del film rimane incredibilmente attuale: anche se è ambientata ai nostri giorni, la storia di “Silent Souls” segue comunque la scia del passato, un elemento costante per entrambi i protagonisti. Per Aist è il ricordo del padre, delle sue poesie e della macchina da scrivere, per Miron sono i ricordi di Tanja, che si intrecciano con quelli dell’amico. Nonostante ci sia il passato di mezzo, però, la storia intreccia elementi che sono e saranno sempre legati al presente, quali la vita, l’amore, la morte, la perdita, il senso di smarrimento, l’elaborazione del lutto, a distanza di poco o tanto tempo, reso ancora più forte dalla visione di una steppa cupa e fredda (e qui il merito è anche di un’ottima fotografia), tra bottiglie di vodka e fiumi che nascondono i segreti di una parte di umanità, la Russia desolata e la desolazione nell’animo dei protagonisti. Due persone estremamente semplici, rinchiusi in una gabbia, come gli zigoli, simbolo di questa storia fin dal titolo originale dell’opera, “Ovsyanki“. Si tratta di due uccellini molto comuni in quelle zone, che il protagonista porta con sé durante il viaggio, per non abbandonarli.

Ovsyanki - Silent Souls

Il film scorre lento, silenzioso, con pochi dialoghi e lunghi scorci di paesaggi desolati, tra i racconti scarni dei due amici: Miron non riesce ad abbandonare il ricordo di Tanya, tra dettagli della loro passione e dei luoghi a lei più cari, lentamente il marito riesce a raggiungere la liberazione, quando finalmente sotto le acque gelide il corpo della sua Tanya lo abbandona per sempre. L’acqua è un altro elemento che non può passare inosservato: il rapporto tra esso e Aist, così come per coloro che seguono ancora la tradizione Merja, è molto stretto. I fiumi portano nomi evocativi e al di sotto di loro si nascondono i ricordi e le persone che si amano, l’acqua cela il senso dell’esistenza stessa.

Silent Souls” è un road movie anomalo e poetico, lento nell’incedere, ma piacevole per chi voglia esplorarlo nel profondo, cogliendo i sentimenti che accomunano i due protagonisti, uniti da un contorno di indizi ed elementi che continuano a dirci che tutto, prima o poi finisce, tranne l’amore, appunto.

Voto:

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